Proiezione dei corti in concorso: “Pattaya è il paradiso” di P.Perna; “Guinea pig” di A.De Leo; “O’ moro” di C.Calissoni; “5.00” di A.Ferraguti; “La grande menzogna” di C.Giardina; “Il male assoluto” di F.Colangelo; “Io parlo” di M.Gianfeda; “La culpa de l’otro” di I.R.Flores.
Proiezione del film “Navajo Joe” (1966) di Sergio Corbucci. Seguirà un incontro sul western all’italiana con
Nori Corbucci (scrittrice),
Ruggero Deodato (regista),
Emiliano Ferrera (filmmaker),
Marco Giusti (critico cinematografico),
Lucio Rosato (attore) e
Christian Uva (docente Dams Roma Tre).

Dopo Sergio Leone, il miglior regista di western all’italiana è stato Sergio Corbucci, che nella sua lunga e ricca carriera ha diretto ben 11 western e 2 parodie del genere. Il regista romano inizia a lavorare ben prima dell’avvento dello spaghetti western (Per un pugno di dollari, 1964), mettendosi in evidenza nella commedia italiana e nel peplum. Fra i film degni di nota ci sono sicuramente i sette film con Totò, tra i quali Gli Onorevoli e Totò, Peppino e la dolce vita. Nel 1965 inizia a specializzarsi nel western con Massacro al Grande Canyon dove però non si distacca dal western americano, ignorando la lezione di Leone. Il secondo western, Minnesota Clay, mostra invece le caratteristiche peculiari del western all’italiana, non apportando però ulteriori novità. I successivi nove western, al contrario, ci mostrano un Corbucci sempre alla ricerca di innovazioni, di nuove caratterizzazioni e storie diverse. In Django (1966), il protagonista Franco Nero si presenta con una sella a spalle e una bara a traino (dall’ignoto ma importante contenuto). In questo film che ebbe un enorme successo si nota subito la vena dark e violenta di Corbucci ed una caratteristica che ritroviamo anche in altre sue pellicole, quella del pistolero menomato: Django, in questo caso, arriverà al duello finale con entrambe le mani spezzate. Il finale di Navajo Joe (1967), oltre a presentare le caratteristiche drammatiche di altri western di Corbucci (non ci sono vincitori), propone l’originalità assoluta di un protagonista indiano, cosa mai più ripetuta nel cinema italiano, nel quale gli indiani sono pressoché assenti persino in qualità di comprimari. Navajo Joe è stato, oltretutto, uno dei rarissimi film western italiani (e uno dei primi) a schierarsi dalla parte dei pellerossa.